Guardarsi e non riuscire a smettere. Che piu’ ti avvicini e piu’ sei bello. Lo ripetono le mie labbra e le tue mani. Toccarsi senza possibile interruzione. Annusarsi e riconoscersi. Credo che funzioni cosi’. Basta un secondo, un momento di distrazione, le distanze si assottigliano e la linea di non ritorno e’ gia’ irrimediabilmente superata. E non importa se ci si conosce da un istante, tanto non si vedono parole, rimaste impigliate tra i vestiti gettati a terra. Ti avvicini in punta di piedi, come un tornado e ridi. Mi guardi. Ed e’ cosi’ che ti lascio entrare oltre gli occhi, sotto la pelle, fin oltre il respiro, nell’incosciente calma e serenita’ di chi non teme d’essere ferito. E ti accompagno dentro di me. Presente e solido. Nel peso di un attimo che non accenna a finire. Un attimo che fino a ieri non c’era e adesso c’e’.
[V.V.]
Le notti milanesi sono ben strane. Il 75% delle volte non si fa praticamente nulla. Principalmente presenza. E a bagnarsi la gola ci si dimentica, finendo a chiacchierare con i pali a bordo marciapiede nel mezzo della notte. Ciao, come sei bella. E poi piu’ niente. E il tempo e il lavoro, e i soldi che non ci sono piu’. E i giovani nati gia’ stanchi, quasi lobotomizzati. Che l’importante e’ che i colori combacino e le linee smagriscano. E non ricordo quanta benzina rimanga, ma non e’ che mi daranno la multa? Il romanticismo viene lasciato a seccare, come le pelli senza corpo degli animali. E l’istinto si sopisce, ingordo di quotidianita’. Ingoiamo la voglia di andare, che con acqua e zuccchero si annulla il singhiozzo della fuga. Ma tu l’hai vista quella li’ senza mutande? E non importa se il nostro senso del pudore ritorna solo quando ce ne ricordiamo. Godiamo delle tragedie quotidiane, in silenzio, felici che non accada mai a noi, che morire di freddo e’ una spiacevole circostanza, e morire di noia un dono.
[V.V.]
"Un po’ commedia romantica e un po’ horror.
Che poi non e’ che ci sia una grande differenza."
— [V.V.]
Tutto avvizzisce e muore tranne i pensieri. Non conoscono decadenza i sogni, ne’ morte gli intenti.
E puoi toccarmi, girarmi, appendermi a testa in giu’, sezionarmi, cambiarmi forma e colore. Ci sara’ sempre qualcosa che di me mai potrai avere. Cio’ che piu’ vuoi. [V.V.]
Ho lasciato il mio viso sul tavolo della tua cucina, affinche’ rimanesse piu’ vicino alle tue mani dopo essermene andata. Che tu gia’ lo sapevi. Mi dicevi che sono acqua e che sono vento. Che arrestarmi e’ impossibile, fermarmi una bugia. Ci raccontavamo che una citta’ sola per entrambi non sarebbe stata sufficiente. L’esplosione inevitabile. E ora corre la voce che tu sia impegnato a impacchettare il mio viso e spedirmelo a un qualche indirizzo che non ti ho mai lasciato. Ed e’ cosi’ che mi sono ritrovata a parlare di te. Di quando non bastava mai il tempo per fare l’amore. Che non si usciva per giorni e il cibo veniva dimenticato nel frigorifero, deserto e silenzioso come Milano d’agosto. Delle risate fino alle lacrime. Eravamo felici, il resto non importava. E dei pic-nic in salotto, quando il tappeto per magia fioriva e si stappavano bottiglie. I baci a profusione, fino a consumarci le labbra, tanto che ormai baciavo i tuoi denti. Le colazioni improvvisate, e la tua faccia stranita, chi l’avrebbe mai pensato che bastasse un cornetto caldo in una busta per conquistarsi un sorriso lungo un giorno. Quando mi perdevo per venire fino a casa tua, arrivando assonnata a bussare alla tua finestra, ma non importava perche’ senza dire nulla mi spogliavi e mi sdraiavi al tuo fianco. Quando abbiamo fatto l’amore in bagno. Quando abbiamo fatto l’amore in cucina. Quando abbiamo fatto l’amore in sala, sulla porta di casa, in terrazzo, per terra e sul soffitto. Che il nostro era un amore tridimensionale, e ci sarebbe voluto uno schermo speciale per proiettarlo. [V.V.]
"e le nostre promesse d’amore arenate tra i miei fianchi e il tuo bicchiere di birra.
[V.V.]"
Su quel tetto vivemmo un anno. Tra graffiti e bottiglie di birra vuote, nei lunghi abbracci sotto la luna piena. Correvamo su per la scala anti-incedio solo per assaporare la pioggia estiva e ridere, e Manhattan la guardavamo da lontano, giocando a ridisegnare con le dita il contorno dei grattacieli che si dissolvevano ogni mattino nella foschia della citta’. Perche’ tutto sembrava piu’ tranquillo e sicuro da li’, persino noi. I rumori si ovattavano e i colori si facevano piu’ luminosi e innocui. E trascorremmo l’anno tra i pic-nics notturni, i pianti e le risate. I giochi, i nostri vinili e i libri che continuavano a moltiplicarsi. Che la vita e’ strana, ti ricordi quando ci siamo baciati la prima volta? E quella notte che correvamo in auto sotto la pioggia per scappare dalla citta’, come due ladri, alla ricerca del mare, alla ricerca di respiri lunghi, e con noi solo l’aria pungente e i Beatles. I want you/I want you so bad/I want you/I want you so bad/It’s driving me mad/it’s driving me mad. E tu ancora disegnavi piccoli visi sorridenti sulla porta di casa per strapparmi una risata. E il tuo buffo modo di chiamarmi, quella maniera goffa di cercarci. Perche’ senza aver mai saputo chi fossimo realmente ci siamo amati. Come due anime che non si trovano mai, ma continuano ugualmente a sorridersi. [V.V.]
E’ cosi’ che funziona: parte tutto dal sentirsi fortunati. E allora ti senti un po’ in colpa per chi non e’ altrettanto. E inizi a dare, a condividere tutto cio’ che hai senza limite alcuno. E la gente prende. Nessuno si fa mai troppi problemi quando e’ il momento di prendere. Fino a che poi ti accorgi che a forza di togliere a te stesso sei passato dall’altra parte. Che a forza di dare senza porre dei limiti, sei rimasto senza respiro persino. Ma ormai non ne puoi fare a meno, perche’ hai iniziato un processo irreversibile, non puoi smettere, non sarebbe giusto, perche’ tu sei tanto fortunato. E allora continui a dare, a toglierti spazio vitale, pezzo dopo pezzo, fino ad ammalarti e rimanere senza. Ma a chi vuoi che interessi, se nemmeno tu ci pensi troppo, perche’ in fin dei conti tu sei fortunato. [V.V.]
"Cercare di parlare con certa gente e’ un po’ come ostinarsi a sputare contro vento. [V.V.]"
Lui parla con la musica, non conosce altro linguaggio. E’ poeta di sogni, analfabeta di parole. Un giorno ti accoglie con un jazz, la sera ti addormenta con una sonata, quando ride saltano i gitani tutti. La sua malinconia veste tasti bianchi e neri, uno per pensiero. Con le dita delicate pizzica le solitudini, culla le incertezze. Quando piange tintinna il triangolo, ai suoi sospiri vibrano i violini. E’ l’uomo orchestra. Da solo produce melodie inaspettate.
Un giorno lo vidi passare. Scivolava via come un’ombra tra i rumori notturni, con la rapidita’ dell’acqua che scorre. E per un attimo infinito mi venne il desiderio di fermarlo, di parlarci. Mi avvicinai e timidamente gli chiesi “dove vai?”, lasciando le parole sospese nell’aria, afone. I suoi occhi mi guardarono per un attimo, sorridenti e giovani, e mentre socchiudeva leggermente le labbra, continuando a camminare, un piano inizio’ a risuonare, avvolgendo tutta la piazza.
E ci sono notti che nella solitudine di questa piazza vuota, ancora sento l’eco di quella musica. Le parole piu’ parlate.
[V.V.]
Dopo lunghe osservazioni ed analisi sono giunta alla conclusione che non ci si possa fidare delle donne che usano profumi troppo dolci. Sono spesso fragili, bisognose di attenzioni e volubili. La dolcezza puo’ essere anche piacevole all’olfatto, ma sempre entro certi limiti, che una volta superati fanno sprofondare in un terreno vischioso e ammorbante. Si abbraccia lo stucchevole senza ragion d’essere. L’odore pungente di chi si nutre dell’altrui attenzione, quasi sempre per insicurezza. Quindi badate, uomini, se volete un consiglio, diffidate dei profumi troppo dolci. [V.V.]
E’ un processo strano che non so da dove parta. Un capello, un detto, un tic. C’e’ che non ci capiamo. Portiamo avanti lunghe e interminabili conversazioni in solitaria. Come se la ragione fosse una vittoria, la lotta il pretesto migliore.
E va a finire che ho male alle orecchie dal parlarti.
Ho male alle mani dal guardarti.
Mal di gola per il troppo toccarti.
[V.V.]