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"Non so chi si sia fatto piu’ male, se il tuo orgoglio o le mie paure.
In ogni caso nessun ferito degno di nota.
[V.V.]"
"OGNUNO VEDE QUEL CHE SA"

Bruno Munari.

“Guardiamoci negli occhi”

"Sputo parole come fossero semi d’anguria. Sara’ l’ingenua imprudenza, ma mi cadono costantemente fuori dal piatto. Raggrupparle e’ difficile, ne manca sempre qualcuna all’appello. Ce n’e’ infatti sempre almeno una, ribelle, che scivola via, per nascondersi prima dietro la forchetta, poi sotto il tovagliolo o dentro il bicchiere. E io come faccio a raccoglierle tutte e mandartele se continuo a perderne? Potrei ogni volta che ne afferro una impacchettarla e spedirtela, e poi lasciare che tu le riorganizzi a tuo piacimento, in ordine sparso, senza alcuna fedelta’ richiesta all’originale. E forse, finalmente, troverebbero il senso che io ancora non colgo.
Per esempio potresti farmi dire cio’ che ignoro ma che tu gia’ sai. [V.V.]"

— [crittografia di pensieri]

"Meno una persona e’ in vita, piu’ grande e’ la sua paura. Per esser vivi io intendo vivere con tutte le proprie cellule, con tutte le parti del proprio io. Le cellule negate si atrofizzano, come un arto morto, e infettano il resto del corpo. La gente che vive a fondo non ha paura di morire."

— Anais Nin, Diaries II 1934-1939

E’ un processo strano che non so da dove parta. Un capello, un detto, un tic. C’e’ che non ci capiamo. Portiamo avanti lunghe e interminabili conversazioni in solitaria. Come se la ragione fosse una vittoria, la lotta il pretesto migliore.
E va a finire che ho male alle orecchie dal parlarti.
Ho male alle mani dal guardarti.
Mal di gola per il troppo toccarti.

[V.V.]

E la notte si fa pesante sulle palpebre. Ti salta addosso con tutti i “se” e i “ma”. Con cio’ che avremmo voluto dirci e che rimarra’ sepolto tra i libri che abbiamo perso e le canzoni suggerite. Impigliatasi tra le promesse mai mantenute e la distanza degli intenti. Le tue disattenzioni e i miei ripensamenti. Che vorrei essere ancora al mare, a guardarti nudo dormire al mio fianco e fare foto ai nostri tuffi improbabili, ridendo inconsapevole. E invece rimango all’asciutto, ben coperta e riparata, mentre l’ultimo tram sferraglia verso casa, sicuro della strada, almeno lui. Senza titubanza alcuna, il fortunato. [V.V.]

consiglio di fine anno

Dopo lunghe osservazioni ed analisi sono giunta alla conclusione che non ci si possa fidare delle donne che usano profumi troppo dolci. Sono spesso fragili, bisognose di attenzioni e volubili. La dolcezza puo’ essere anche piacevole all’olfatto, ma sempre entro certi limiti, che una volta superati fanno sprofondare in un terreno vischioso e ammorbante. Si abbraccia lo stucchevole senza ragion d’essere. L’odore pungente di chi si nutre dell’altrui attenzione, quasi sempre per insicurezza. Quindi badate, uomini, se volete un consiglio, diffidate dei profumi troppo dolci. [V.V.]

L’uomo orchestra

Lui parla con la musica, non conosce altro linguaggio. E’ poeta di sogni, analfabeta di parole. Un giorno ti accoglie con un jazz, la sera ti addormenta con una sonata, quando ride saltano i gitani tutti. La sua malinconia veste tasti bianchi e neri, uno per pensiero. Con le dita delicate pizzica le solitudini, culla le incertezze. Quando piange tintinna il triangolo, ai suoi sospiri vibrano i violini. E’ l’uomo orchestra. Da solo produce melodie inaspettate.
Un giorno lo vidi passare. Scivolava via come un’ombra tra i rumori notturni, con la rapidita’ dell’acqua che scorre. E per un attimo infinito mi venne il desiderio di fermarlo, di parlarci. Mi avvicinai e timidamente gli chiesi “dove vai?”, lasciando le parole sospese nell’aria, afone. I suoi occhi mi guardarono per un attimo, sorridenti e giovani, e mentre socchiudeva leggermente le labbra, continuando a camminare, un piano inizio’ a risuonare, avvolgendo tutta la piazza.

E ci sono notti che nella solitudine di questa piazza vuota, ancora sento l’eco di quella musica. Le parole piu’ parlate.

[V.V.]