Amore Tridimensionale
Ho lasciato il mio viso sul tavolo della tua cucina, affinche’ rimanesse piu’ vicino alle tue mani dopo essermene andata. Che tu gia’ lo sapevi. Mi dicevi che sono acqua e che sono vento. Che arrestarmi e’ impossibile, fermarmi una bugia. Ci raccontavamo che una citta’ sola per entrambi non sarebbe stata sufficiente. L’esplosione inevitabile. E ora corre la voce che tu sia impegnato a impacchettare il mio viso e spedirmelo a un qualche indirizzo che non ti ho mai lasciato. Ed e’ cosi’ che mi sono ritrovata a parlare di te. Di quando non bastava mai il tempo per fare l’amore. Che non si usciva per giorni e il cibo veniva dimenticato nel frigorifero, deserto e silenzioso come Milano d’agosto. Delle risate fino alle lacrime. Eravamo felici, il resto non importava. E dei pic-nic in salotto, quando il tappeto per magia fioriva e si stappavano bottiglie. I baci a profusione, fino a consumarci le labbra, tanto che ormai baciavo i tuoi denti. Le colazioni improvvisate, e la tua faccia stranita, chi l’avrebbe mai pensato che bastasse un cornetto caldo in una busta per conquistarsi un sorriso lungo un giorno. Quando mi perdevo per venire fino a casa tua, arrivando assonnata a bussare alla tua finestra, ma non importava perche’ senza dire nulla mi spogliavi e mi sdraiavi al tuo fianco. Quando abbiamo fatto l’amore in bagno. Quando abbiamo fatto l’amore in cucina. Quando abbiamo fatto l’amore in sala, sulla porta di casa, in terrazzo, per terra e sul soffitto. Che il nostro era un amore tridimensionale, e ci sarebbe voluto uno schermo speciale per proiettarlo. [V.V.]
