January 2012
16 posts
Ho lasciato il mio viso sul tavolo della tua cucina, affinche’ rimanesse piu’ vicino alle tue mani dopo essermene andata. Che tu gia’ lo sapevi. Mi dicevi che sono acqua e che sono vento. Che arrestarmi e’ impossibile, fermarmi una bugia. Ci raccontavamo che una citta’ sola per entrambi non sarebbe stata sufficiente. L’esplosione inevitabile. E ora corre la voce che tu sia impegnato a impacchettare il mio viso e spedirmelo a un qualche indirizzo che non ti ho mai lasciato. Ed e’ cosi’ che mi sono ritrovata a parlare di te. Di quando non bastava mai il tempo per fare l’amore. Che non si usciva per giorni e il cibo veniva dimenticato nel frigorifero, deserto e silenzioso come Milano d’agosto. Delle risate fino alle lacrime. Eravamo felici, il resto non importava. E dei pic-nic in salotto, quando il tappeto per magia fioriva e si stappavano bottiglie. I baci a profusione, fino a consumarci le labbra, tanto che ormai baciavo i tuoi denti. Le colazioni improvvisate, e la tua faccia stranita, chi l’avrebbe mai pensato che bastasse un cornetto caldo in una busta per conquistarsi un sorriso lungo un giorno. Quando mi perdevo per venire fino a casa tua, arrivando assonnata a bussare alla tua finestra, ma non importava perche’ senza dire nulla mi spogliavi e mi sdraiavi al tuo fianco. Quando abbiamo fatto l’amore in bagno. Quando abbiamo fatto l’amore in cucina. Quando abbiamo fatto l’amore in sala, sulla porta di casa, in terrazzo, per terra e sul soffitto. Che il nostro era un amore tridimensionale, e ci sarebbe voluto uno schermo speciale per proiettarlo. [V.V.]
[V.V.]” —
Su quel tetto vivemmo un anno. Tra graffiti e bottiglie di birra vuote, nei lunghi abbracci sotto la luna piena. Correvamo su per la scala anti-incedio solo per assaporare la pioggia estiva e ridere, e Manhattan la guardavamo da lontano, giocando a ridisegnare con le dita il contorno dei grattacieli che si dissolvevano ogni mattino nella foschia della citta’. Perche’ tutto sembrava piu’ tranquillo e sicuro da li’, persino noi. I rumori si ovattavano e i colori si facevano piu’ luminosi e innocui. E trascorremmo l’anno tra i pic-nics notturni, i pianti e le risate. I giochi, i nostri vinili e i libri che continuavano a moltiplicarsi. Che la vita e’ strana, ti ricordi quando ci siamo baciati la prima volta? E quella notte che correvamo in auto sotto la pioggia per scappare dalla citta’, come due ladri, alla ricerca del mare, alla ricerca di respiri lunghi, e con noi solo l’aria pungente e i Beatles. I want you/I want you so bad/I want you/I want you so bad/It’s driving me mad/it’s driving me mad. E tu ancora disegnavi piccoli visi sorridenti sulla porta di casa per strapparmi una risata. E il tuo buffo modo di chiamarmi, quella maniera goffa di cercarci. Perche’ senza aver mai saputo chi fossimo realmente ci siamo amati. Come due anime che non si trovano mai, ma continuano ugualmente a sorridersi. [V.V.]
Se potessi vivere di nuovo la mia vita // Nella prossima cercherei di commettere più errori// Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più // Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato // di fatto prenderei ben poche cose sul serio // Sarei meno igienico // Correrei più rischi // farei più viaggi // contemplerei più tramonti // salirei più montagne // nuoterei in più fiumi // Andrei in più luoghi dove mai sono stato // mangerei più gelati e meno fave // avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari // Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto // della loro vita sensati e con profitto // certo che mi sono preso qualche momento di allegria // Ma se potessi tornare indietro, cercherei // di avere soltanto momenti buoni // Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita // di momenti: non perdere l’adesso // Io ero uno di quelli che mai // andavano da nessuna parte senza un termometro // una borsa dell’acqua calda // un ombrello e un paracadute // se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero // Se potessi tornare a vivere // comincerei ad andare scalzo all’inizio // della primavera // e resterei scalzo fino alla fine dell’autunno // Farei più giri in calesse // guarderei più albe // e giocherei con più bambini // se mi trovassi di nuovo la vita davanti // Ma vedete, ho 85 anni // e so che sto morendo.
E’ cosi’ che funziona: parte tutto dal sentirsi fortunati. E allora ti senti un po’ in colpa per chi non e’ altrettanto. E inizi a dare, a condividere tutto cio’ che hai senza limite alcuno. E la gente prende. Nessuno si fa mai troppi problemi quando e’ il momento di prendere. Fino a che poi ti accorgi che a forza di togliere a te stesso sei passato dall’altra parte. Che a forza di dare senza porre dei limiti, sei rimasto senza respiro persino. Ma ormai non ne puoi fare a meno, perche’ hai iniziato un processo irreversibile, non puoi smettere, non sarebbe giusto, perche’ tu sei tanto fortunato. E allora continui a dare, a toglierti spazio vitale, pezzo dopo pezzo, fino ad ammalarti e rimanere senza. Ma a chi vuoi che interessi, se nemmeno tu ci pensi troppo, perche’ in fin dei conti tu sei fortunato. [V.V.]
Lui parla con la musica, non conosce altro linguaggio. E’ poeta di sogni, analfabeta di parole. Un giorno ti accoglie con un jazz, la sera ti addormenta con una sonata, quando ride saltano i gitani tutti. La sua malinconia veste tasti bianchi e neri, uno per pensiero. Con le dita delicate pizzica le solitudini, culla le incertezze. Quando piange tintinna il triangolo, ai suoi sospiri vibrano i violini. E’ l’uomo orchestra. Da solo produce melodie inaspettate.
Un giorno lo vidi passare. Scivolava via come un’ombra tra i rumori notturni, con la rapidita’ dell’acqua che scorre. E per un attimo infinito mi venne il desiderio di fermarlo, di parlarci. Mi avvicinai e timidamente gli chiesi “dove vai?”, lasciando le parole sospese nell’aria, afone. I suoi occhi mi guardarono per un attimo, sorridenti e giovani, e mentre socchiudeva leggermente le labbra, continuando a camminare, un piano inizio’ a risuonare, avvolgendo tutta la piazza.
E ci sono notti che nella solitudine di questa piazza vuota, ancora sento l’eco di quella musica. Le parole piu’ parlate.
[V.V.]